IL SETTING SARABANDA E LE ADOLESCENTI IN GRUPPO INTEGRATO.
Intervista di Monica Verdelli:
Da quanti anni conduce gruppi di danzaterapia?
Ho iniziato a condurre gruppi di danzaterapia ufficialmente nel 1994; ma, di fatto, sono 35 anni che mi adopero in tal senso. Con questo voglio dire che, nell'insegnare danza contemporanea ho sempre prestato attenzione alla persona, essendo sensibile ai suoi bisogni.
Seppur non in modo esplicito, elementi di danzaterapia erano già presenti nei percorsi di allora: se penso in particolare alle adolescenti, ricordo come fosse già naturale per loro portare sogni, racconti e pensieri da condividere in sala danza.
Le famiglie si dicevano serene nel sapere che i loro figli andavano a Sarabanda, nella percezione che fosse un "luogo che faceva bene".
Hai condotto di recente gruppi di DMT con adolescenti?
Attualmente conduco un gruppo di DCT con elementi di danzaterapia.
Quanti utenti partecipano al percorso?
Una decina.
Qual è la durata media del percorso e quale cadenza hanno gli interventi?
Il percorso di DCT con elementi di danzaterapia è annuale. Molte allieve frequentano Sarabanda da anni.
Ritieni che gli adolescenti siano un'utenza difficile? Cosa li differenzia dalle altre utenze?
Ho lavorato molti anni fa in un CAG, servizio che promuove interventi educativi direttamente rivolti alla popolazione giovanile, spesso in situazioni di disagio sociale. I ragazzi non avevano scelto di partecipare agli incontri.
Stretti nei loro anfibi e legati all'esclusività della musica a loro nota, è stato molto difficile aprirli a uno spazio altro rispetto a quello quotidiano.
Osservai come per loro i modelli forti di riferimento, facenti capo al gruppo di adolescenti e al contesto sociale di appartenenza, fossero molto condizionanti.
Essi si negavano la danza, ovvero la possibilità di qualcosa di nuovo, diverso, non condizionato, appunto. Fu molto faticoso portarli, ad esempio, a togliersi le scarpe e, come accennavo, ad ascoltare musiche differenti da quelle note, che comunque inclusi nel nostro percorso.
Osservo come per suscitare interesse nei ragazzi fu ed è importante mostrargli che POSSONO, che esiste una via nuova e percorribile. Sciolte le diffidenze iniziali i ragazzi mostrano un forte bisogno di parlare. Essi tendono a creare un rapporto intimo, emotivo e richiedono che anch'io mi apra.
Un adolescente si apre se sente che la terapeuta è indifesa, in empatia con la loro fragilità e non giudicante. E' molto importante lavorare aperti con loro, poiché essi si specchiano nell'adolescenza del terapeuta.
Queste ultime affermazione e le osservazioni circa i condizionanti dati dalla società, sebbene il diverso contesto d'appartenenza delle adolescenti a Sarabanda, possono estendersi anche al lavoro con queste ultime.
A Sarabanda il gruppo di DCT con elementi di danzaterapia è integrato con ragazze disabili e il NON GIUDIZIO fa capo alle basi della danza stessa.
Ovvero, loro sanno che non le giudico, ma do loro nozioni di tecnica di danza e le basi coreografiche, affinché esse stesse possano giudicare con parametri relativi al lavoro in corso.
Il giudizio, inserito nelle possibilità di movimento proprie di ciascuna e a idee coreografiche che maturano nel gruppo, non risulta minaccioso, bensì stimolante.
Nelle parole delle tue tirocinanti a Sarabanda, riscontro la frequenza del termine "creativo", "creatività", ritieni che quest'utenza si caratterizzi per creatività, o si riferiscono allo stimolo creativo proprio della danza stessa?
Non ritengo che quest'utenza sia più creativa di altre, anzi, come ho già avuto modo di dirle, penso che sia molto condizionata dagli stereotipi legati alla loro età e propri della società.
La loro omologazione è evidente sin dal modo di vestire e durante gli incontri mi trovo spesso a sollecitare la loro creatività.
Mi pongo come obiettivo che le ragazze divengano consapevoli delle possibilità che hanno, anche alternative rispetto a ogni modello dominante e preformante, con cui potrebbero allora avere un rapporto dialettico, ovvero consapevole e dunque libero.
Per perseguire questo obiettivo di presa di coscienza di sé e del proprio potenziale, sono molto importanti gli elementi di danzaterapia che introduco, poiché sono capaci di spezzare ogni riferimento quotidiano, e rendono più difficile trovare appiglio sul noto, il prevedile. Dunque, le risposte agli stimoli saranno autentiche, più difficilmente preformate da stereotipi.
Spesso, però, anche i condizionamenti vengono fatti danzare e prendendo forma si rivelano alla consapevolezza e alla presenza delle ragazze stesse.
Io non mostro, non indico, offro stimoli alla creatività di ognuna. Dagli stimoli creativi l'utente può dare inizio a un viaggio, in cui può accorgersi da sé dei suoi condizionamenti.
Qual è il bisogno che osserva come più urgente per le adolescenti nei suoi incontri?
Loro hanno bisogno di libertà. La danza è uno spazio libero e non va invaso, questo vale sin dalla scelta di venire o meno a lezione. Ho capito col tempo che far loro notare le eventuali assenze a lezione è avvertito come un rimprovero, un'invasione dello spazio libero che pretendono dalla danza; del resto il setting di Sarabanda, costruito negli anni, ha in sé il desiderio di rispondere al bisogno d'essere riconosciuti e le ragazze, attraverso la libertà, chiedono questo. E' molto vivo il loro senso del gruppo ed è per me un piacere comparteciparvi.
Il gruppo pian piano si rinforza e consente a tutti di guardarsi negli occhi.
La scelta del cerchio come forma privilegiata, sia durante i momenti di tecnica di danza, che in cerchi finali di condivisione, dopo momenti di improvvisazione, impedisce che qualcuno possa nascondersi al gruppo, dimensione in cui tutte sono a loro agio.
Ritieni che con le basi coreografiche che hanno, le tue allieve sviluppino studi emotivi?
Sicuramente. Già durante le diagonali di danza fanno studio emotivo. Inoltre, spesso chiedo loro di danzare il proprio "come stai".
Esse contattano le loro emozioni con la danza in modo consapevole.
Che cosa piace di più alle tue adolescenti?
Alle mie allieve piace il senso di autogestione. Sono un gruppo consapevole, al punto da saper strutturare la lezione da sole.
Vivono il piacere dell'autonomia non contrastata, vale a dire della possibilità.
In particolare desiderano montare da sé i propri assoli, mentre si entusiasmano alle novità e ai nuovi materiali.
La musica per loro riveste un ruolo importantissimo. Esse hanno un loro repertorio musicale, a cui sono legate e che propongono, così, parte del processo di consapevolezza diventa anche la progressiva accoglienza di altri repertori, nell'ampliamento della loro sensibilità ad altri generi.
Nelle mie lezioni è ora presente un assistente-tirocinante in formazione come danzaterapeuta. Verso questa nuova figura essi si mostrano molto esigenti; pretendono, infatti, che la tirocinante sia uno stimolo e un esempio.
Tania Cristiani parla detta tecnica di DCT, come terra. Sei d'accordo, in che senso?
Le ragazze spesso arrivano a danza molto stanche e rifiutano d'iniziare l'incontro con la tecnica. Rispetto a un tempo osservo come esse siano molto impegnate e stressate dalla vita quotidiana, sicché necessitano spesso di un momento di decompressione. La tecnica può arrivare in un secondo momento, in una forma nuova.
Resta il fatto che la tecnica le centra, le riporta nel qui e ora e in questo senso è la terra del chorten (una delle griglie di osservazione nella danzaterapia con il metodo di Elena Cerruto).
Le ragazze hanno molta difficoltà a staccarsi dalla quotidianità, per questo non è immediata la loro presenza durante l'incontro. Ma nello stesso tempo molte di loro sono bambine cresciute a Sarabanda, pertanto vengono a crearsi situazioni da laboratorio di danza. Esse, dico io, hanno il desiderio di fuoco, d'autonomia nel lavoro e io lascio che esplorino.
Il gruppo di DCT a Sarabanda è integrato con ragazze disabili. Com'è stato possibile portare avanti un gruppo integrato nella danza contemporanea? Quali sono i tratti di questa integrazione, com'è vissuta dalle ragazze?
Io insisto molto sul mostrare, ovvero, sul fatto che la danza è comunicazione: il nostro corpo comunica e questo presuppone qualcuno che guardi. Questo non ha inibito il gruppo, anzi, ha aiutato lo sviluppo della relazione tra le ragazze.
L'idea che passo loro è la bellazza propria dell'aiutare. "Aiutare è bello" e non hanno paura a farlo.
Alle ragazze spastiche piace fare la sbarra di danza perché, scontrandosi con il loro limite, sentono anche le loro possibilità. Esserci è anche spingere sul limite.
Inoltre, ricordo gli strumenti di giudizio di cui le ho fornite, che sono relativi alle possibilità d'ognuna e che appartengono al percorso di danza e coreografia sviluppato insieme.
Ciò che si percepisce nel partecipare a una lezione con queste ragazze, cosa che ho avuto l'occasione di fare, è l'armonia del gruppo integrato in tutta naturalezza.
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